“Troverai più nei boschi”

“Il titolo di questo libro riprende un celebre detto di Bernardo di Chiaravalle ‘Troverai più nei boschi che nei libri. Gli alberi e le rocce ti insegneranno cose che nessun maestro ti dirà’ “.
Questo è l’incipit del buon libro che mi ha regalato Giac qualche tempo fa. L’autore è lo scrittore naturalista goriziano Francesco Boer, che ci introduce nel magico mondo della natura.
Il libro è suddiviso in capitoli a tema. Il prato, il fiume, il lago, la montagna e così via.
In questi tempi di disagio generale, si ricerca sempre più un contatto con la nostra natura primordiale, abbiamo bisogno di camminare nel verde, di ascoltare i suoni prodotti dallo scorrere dell’acqua di un ruscelletto o i fischi e i richiami di un animale, di annusare gli aromi delle piante e dei fiori o di un prato bagnato dopo un temporale.
Non è indispensabile percorrere sentieri impervi o raggiungere vette irraggiungibili, basta fare “il passo lungo come la gamba”, non dobbiamo dimostrare nulla a nessuno, non è una sfida, se non con noi stessi, per riappropriarci di quella pace interiore che la vita frenetica moderna ci ha sottratto. E allora passeggiamo lungo i molteplici sentieri del nostro inimitabile territorio.
Non ho molto da scrivere di mio, perché Boer riassume benissimo anche il mio pensiero e i miei sentimenti, vi lascio quindi alcune frasi tratte dal libro, alcune delle quali formative su insetti e alberi. In corsivo, le frasi forse più “riflessive”. Ci salutiamo alla fine.
“Camminare è anche un lavoro interiore. È un processo di trasformazione: quando si termina il sentiero, non si è mai gli stessi di quando lo si era iniziato”.
“Rallentate il passo, guardatevi attorno. Sfiorate con la mano la corteccia di un albero. Fermatevi ad ascoltare i piccoli rumori del bosco, chinatevi per sentire il profumo dell’erba, e delle radici. Imparerete che a volte non basta un‘ora per scoprire tutto quello che dieci metri di sentiero possono offrirci”.
“E’ la ricerca di un incontro con la natura, o è una fuga dalla città? Forse è soltanto un istinto di sopravvivenza”.
“Quando ci troviamo di fronte a un prato verde, ampio e costellato di piccoli ma vivaci fiori, non possiamo fare a meno di lasciarci coinvolgere. Ci pervade un’immediata sensazione di benessere e di libertà…”.
“Un piccolo insetto vola a filo d’acqua, sfiorando il fiume con i due cerci lunghi come code. È l’effimera, nel suo volo nuziale. Terminata la metamorfosi, l’adulto non può più nutrirsi. La bocca è atrofizzata, ormai non serve più. L’effimera adulta vive un giorno soltanto: giorno d’amore disperato, con l’ombra della fine che incombe sulla gioia. Non c’è più tempo di nutrirsi, l’unico imperativo è di trovare una compagna. Dopo l’accoppiamento, il maschio muore. La femmina depone le uova poi lo segue: la morte crede di aver vinto, ma la vita l’ha truffata nuovamente”.
“Il fiume è anche un confine, una linea che sbarra il cammino e divide la terra”.
“La parola ‘rivale’ nasce proprio dal latino rivus, che significa ruscello. Colui che sta sull’altra riva: un nemico, ma anche un alter ego, il riflesso della nostra ombra”.
“La riva opposta è anche l’aldilà, il mondo dei morti. Il lato in ombra della valle, un regno parallelo e simmetrico al nostro. In questo senso il fiume è il tempo, come corrente che ci trascina e ci separa per sempre dal sole. E tuttavia non è l’altra riva a spaventarci, ma il guado stesso”.
“Le radici affondano nel terreno, i rami si slanciano verso il cielo. L’albero è un legame, il sigillo che unisce il mondo infero e quello celeste”.
“Le nervature di una foglia assomigliano al disegno dei rami di un albero. Il picciolo è il tronco, la lama della foglia è il contorno della chioma. Nel piccolo si trova il disegno del grande, così come nel seme è contenuto il progetto di un albero intero”.
“C’è una potente attrazione simbolica fra l’albero e l’essere umano. Anche le forme stesse paiono avvicinarsi, fino a quasi sovrapporsi. I rami grossi sembrano arti, quelli più esili ricordano le dita. Il tronco e la chioma hanno persino gi stessi nomi, che siano parti dell’albero o del nostro corpo. È l’impronta di una vicinanza fra l’uomo e la natura: un’antica fratellanza, ora quasi dimenticata ma mai del tutto cancellata”.
“La forza dell’albero è nella sua flessibilità…. L’albero non si oppone al vento … l’albero si muove, danza col vento, si lascia scuotere fino al tronco; eppure, proprio questo gli permette di trovare la sua stabilità in un equilibrio dinamico”.
“Il tiglio ha un portamento elegante e dolce, quasi femminile. Le sue foglie hanno la forma di un cuore, i suoi fiori profumano i pomeriggi di giugno, preannunciando l’ebbrezza dell’estate”.
“La quercia è invece robusta e grezza, virile. Rami nodosi come muscoli, fiori modesti, austeri e forse timidi … è come un guardiano, vigoroso e severo, che schiva le gioie per concentrarsi e compiere il suo dovere”.
“Il frassino ha una linfa zuccherina, che gli uomini estraggono incidendone la corteccia. All’aria si secca, si secca formando un filamento cristallino, dolce come lo zucchero, che chiamano ‘la manna’. L’albero ripaga chi lo ferisce, donandogli dolcezza: simbolo d’un perdono mite e generoso, che agli uomini non riesce”.
“L’acero e l’olmo hanno trovato il modo di far volare i loro semi: il loro frutto ha una membrana vegetale, come una vela in grado di fargli cavalcare il vento. Ognuno di essi ha un modo proprio di volare: l’acero è simile a un’elica, l’olmo ricorda un deltaplano. Diversi accostamenti a un sogno identico – la terra che desidera la libertà del cielo”.
“La robinia viene da un altro continente. Venne importata dall’America nel XVII secolo … nell’animo è selvatica: cresce anche in terreni poveri e quando attecchisce è quasi impossibile estirparla. Anche se si taglia il tronco, l’albero non muore, ma getta nuovi germogli dal ceppo. La robinia, insomma, mostra una voglia di vivere quasi invadente; e in ciò è simbolo di quella forza che non si arrende mai, che non si lascia contenere. Ma in primavera l’albero mostra inaspettatamente un lato dolce e bello. Le fronde si coprono con una cascata di fiori bianchi, carnosi e profumati. Le api ne traggono un ottimo miele, ma anche noi umani possiamo mangiarli, sia crudi che in pastella”.
“Il pioppo predilige i terreni umidi. Cresce velocemente e con vigore, in pochi anni sviluppa un tronco grosso e alto. Il suo legno, tuttavia, non è dei più resistenti”.
“Il salice ama le sponde dei fiumi e dei torrenti. La sua corteccia contiene la salicina, importante principio medico conosciuto e apprezzato fin dall’antichità. Grazie a essa è possibile mitigare gli accessi della febbre: è come se il salice avesse concentrato in sé la fresca benedizione dell’acqua corrente”.
“Il biancospino ha fiori meravigliosi da vedere, ma con un odore strano, quasi sgradevole. Ciò nonostante, dai petali si ricava un infuso che dona sollievo e distensione al cuore”.
“Il frutto della noce assomiglia straordinariamente alla testa umana. Il mallo è la pelle, il guscio è il cranio, il gheriglio è un piccolo cervello. Si tratta di una somiglianza solamente formale, è ovvio, ma l’immaginazione tesse le sue relazioni anche in base a queste assonanze accidentali. Secondo il principio magico per cui il simile agisce sul simile, in antichità si sviluppò la dottrina delle segnature: una teoria secondo cui la somiglianza fra le piante e gli organi corporei alludesse a una possibile applicazione terapeutica. La dottrina delle segnature non è certo un principio scientifico. Tuttavia la noce, fra i suoi vari pregi, conta anche l’azione benefica sul cervello e sul sistema nervoso: uno dei tanti casi in cui i fatti confermano intuizioni suggerite dal simbolo”.
“Quando nel bosco si incontra un castagno centenario, ci si sente quasi in soggezione al cospetto del tronco imponente, e dei suoi rami forti che sostengono la chioma rigogliosa. Un saggio anziano, ma ancora vigoroso, che sorveglia bonariamente la via del bosco. Se il tronco esprime l’aspetto paterno, il frutto è simbolo della maternità più arcaica e pura. Il riccio punge le mani, è uno scrigno chiuso che protegge gelosamente il suo tesoro. Le castagne riposano al suo interno, come il nascituro nella pancia della madre”.
“Il faggio ha un tronco robusto e liscio, come la roccia, e altrettanto solido. Ma forse la parte che più colpisce l’immaginazione sono le sue radici. L’intrico spesso affiora dal terreno: allora si può osservare il nodo indissolubile con cui l’albero si lega alla terra. Il legno si perde in mille rivoli, una cascata immobile che abbraccia il suolo e vi si perde. “
“Le acque del lago sono così calme che riescono a tramutarsi in uno specchio. È come la mente, quando placa le brame e le ossessioni, e risolve le paure che la attanagliano: allora riesce a riflettere, senza più ombre e distorsioni”
“Eppure, basta un soffio di vento, e l’acqua si increspa, l’immagine riflessa scompare in un istante. Com’è facile perdere l’equilibrio! A volte la chiarezza dura un attimo, e forse la si raggiunge soltanto una volta nella vita. Ma se il riflesso sfuma, rimane il cielo, in alto: quando ritornerà la pace, verrà di nuovo a rispecchiarsi in basso”.
“Le formiche allevano gli afidi: questi minuscoli insetti succhiano la linfa delle piante, e secernono come prodotto di scarto la melata, un liquido estremamente zuccherino. Le formiche si avvicinano all’afide, gli danno alcuni colpetti con le antenne … e succhiano la goccia di melata che produce. In cambio, esse … difendono gli afidi dai loro predatori”.
La cooperazione è fondamentale, per tutti gli esseri viventi.
Come le formiche, anche le api vivono in una organizzatissima società fondamentalmente femminile, dove i maschi hanno un ruolo secondario.
Forse solo nella natura umana si è cercato, fino ad un passato non troppo remoto, di fermare la forza mentale femminile. E lo si è fatto con subdole e meschine argomentazioni, oltre che con la forza fisica propria di una certa misera categoria maschile (per fortuna, gran parte del genere maschile considera il genere femminile al pari suo). Ancora si deve combattere perché questa parità, che non mi piace chiamare femminismo, possa essere rappresentata anche nelle regioni del mondo tutt’ora governate da pseudo religioni che nascondono solo una ineluttabile malvagità nei “capi” ed una profonda ignoranza nei “seguaci”.
Camminate, gente, camminate!

Stella Ponzina

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