“La ladra di parole”

Reduce da un libro (“Quando le montagne cantano”, tre generazioni di forti donne vietnamite affrontano guerre e dolori) che non sono riuscita a terminare prima della scadenza del prestito bibliotecario, temevo di essere nella fase di “non lettura”, visto la stanchezza mentale del periodo.
Poi, la mail del sistema bibliotecario mi ha avvisato della disponibilità di un titolo che avevo precedentemente prenotato; il tempo di scaricare l’e-book nel Kobo ed ho affogato i miei pensieri in un gran bel racconto, veloce, profondo, toccante, riflessivo.
“La ladra di parole”, dell’autrice nigeriana Abi Darè, racconta la schiavitù, in tutte le sue forme, a cui sono ancora sottoposte molte donne nel paese africano, e lo fa con una scrittura scorrevole, attribuendo volutamente alla protagonista una parlata “grossolana” che, se all’inizio può sembrare “d’intralcio” alla lettura, diventa poi una caratteristica imprescindibile della narrazione.
La quattordicenne Adunni vive nel villaggio di Ikati, in Nigeria, e come tutte le altre donne ha frequentato la scuola solo per pochi anni, il minimo indispensabile per avere una istruzione di base.
Da quando è morta la mamma, deve provvedere alla cura del padre e dei due fratelli, e della casa.
Fino al giorno in cui il padre la consegna in sposa, costretta, ad un vecchio marito, in cambio della sussistenza per la famiglia d’origine.
“’Il mio owo-ori? Il prezzo da sposarmi? Nel mio cuore mi viene una crepa, e va avanti a spezzarsi perché non ho neanche quindici anni e non mi sposo un vecchio scemo, perché voglio tornare a scuola e imparare il lavoro di maestra e diventare grande e adulta e guadagnare i soldi per una macchina e una bella casa coi cuscini belli…”.
“Da stamattina la testa mi tira i sassi nella mente, sassi che sono domande, però senza risposte. Cosa vuol dire diventare la moglie di un uomo che ha altre due mogli e quattro bambine? E perché lui la vuole, un’altra, che ce ne ha già due? E il papà perché vuole vendermi a un vecchio e non pensa nemmeno a cosa provo io? Perché non mantiene la promessa che gli ha fatto alla mamma prima che moriva?”.
Nella casa dell’autoritario marito, Adunni convive con la pazzia della prima moglie ed instaura con la seconda sposa un rapporto di amicizia profondo e fondamentale per la sopravvivenza nella nuova famiglia.
L’amica, già madre e arresasi alla condizione di moglie schiava, aiuta la giovane a rendere meno soffocante il rapporto con il marito, anche con “pozioni” che le impediscono di avere figli.
“Ma io non voglio che mi nasce gnente. Come faccio, una come me, a fare figli? Mica voglio riempire il mondo di bambini tristi che non possono andare a scuola. Mica voglio che il mondo diventa un posto brutto e silenzioso perché i bambini non hanno la voce”.
In conseguenza di un avvenimento tragico, Adunni fugge dal villaggio del marito ed approda nella grande città dove vive un’altra difficile esperienza, in casa della ricca e cattiva Big Madam, e dove incontra il protettivo cuoco Kofi, che le sarà vicino con consigli e buone parole.
“La morte sa prendere la forma di tutto. È furba. Oggi prende la forma di una macchina e fa venire un incidente, domani diventa una pistola, una pallottola, un coltello, una malattia che tossisci sangue. Certe volte prende la forma di una palma secca e ti frusta finché muori…”.
È ancora bambina, Adunni, ma già con un vissuto da donna adulta e, grazie al carattere puro e forte, riesce a sopportare una vita faticosa e colma di brutte esperienze, non si arrende, e insegue il suo desiderio, diventare insegnante e tornare al suo villaggio per istruire le giovani e renderle libere.
Nella biblioteca di Big Madam, Adunni può continuare ad istruirsi consultando il vocabolario d’inglese ed un libro che racconta le varie realtà della Nigeria, nazione ricca per qualcuno e povera per tanti altri.
“…voglio chiedere, anzi gridare, perché in Nigeria le donne soffrono per tutto più degli uomini”.
La semplicità e la sensibilità di Adunni si amalgamano tra di loro e creano una forte e pura personalità che si mostra, in apparenza, con pensieri “elementari” ma che rivela una risoluta volontà di fare qualcosa di buono per il prossimo, per il mondo.
“Mica lo so se ho capito che cosa sta parlando Ms Tia e perché dice ‘persone di colore’, che i colori sono per i pastelli e le matite e quelle cose li”.
Durante una riunione di una associazione di agiate donne, organizzata da Big Madam, Adunni conosce l’inglese Ms. Tia che diventa la sua mentore e che le insegna la lingua anglosassone e la sprona nel proseguire a realizzare il proprio desiderio.
“Madam, Ms Tia, Kofi, Abu, e pure io, Adunni. Tutti parliamo diverso perché mentre che siamo cresciuti avevamo una vita diversa, ma ci capiamo con gli altri, basta che ascoltiamo bene”.
E’ tutta una questione di “ascolto”. Buona lettura

Stella Ponzina

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