“La riviera di Milano” e “Il romanzo di Milano”

Oggi vi propongo, in forma sintetica, la recensione di due libri letti tempo fa.
L’autore è il medico milanese Tito Livraghi, che ebbi modo di conoscere durante le presentazioni dei suoi romanzi presso la biblioteca di Crescenzago (quartiere di Milano, per chi non è meneghino).
Ed è a Crescenzago che Livraghi ambienta “La riviera di Milano”.
Siamo nel 1812 e la diciannovenne Anita, durante la cerimonia funebre della madre, decide che la sua vita futura non deve essere sofferta come lo è stata quella della genitrice e di tante altre “filandine”, rovinatesi la salute lavorando in filanda e dipanando i bozzoli dei bachi da seta nell’acqua bollente.
Già ho scritto del borgo agricolo di Crescenzago, sito sulla via Postale Veneta e sul naviglio della Martesana; conosciuto anche per le ville lungo il canale d’acqua, il paese venne definito la riviera di Milano (https://lemargheriteinmontagnasonopiugrandi.wordpress.com/2019/03/03/crescenzago/#more-331).
Il romanzo è una amalgama di protagonisti creati ad hoc dall’autore e di personaggi autentici del mondo milanese, e non solo, dell’epoca. E così, la piacevole lettura è anche importante fonte di notizie storiche e curiosità. Ecco, potrei dire che il punto di forza del romanzo non sta tanto nella pur bella storia dell’“eroina” Anita e di tutti gli altri attori coinvolti, di cui non vi racconto, quanto nella possibilità di imparare in forma piacevole e non strettamente nozionistica, la nostra storia e non solo.
Ad esempio, sapete che la golosa Barbajada (cioccolata, latte, caffè e zucchero) venne ideata nel diciannovesimo secolo dall’impresario teatrale milanese Domenico Barbaja, che in gioventù era stato garzone di caffè?
Una ghiottoneria che non è più attuale, soppiantata da mille modernità “esotiche” di tendenza…
Seguendo la vita di Anita, leggerete della disastrosa campagna di Russia, di Napoleone, che portò alla morte migliaia di ragazzi italiani, tra cui i milanesi.
Riscoprirete l’Abbazia di Santa Maria Rossa In Crescenzago, già citata in un precedente articolo.
Conoscerete l’avvocato, agronomo e filantropo Domenico Berra, autore di importanti scritti sulle marcite lombarde ed altro, la cui abitazione, nell’omonima via di fronte all’abbazia, è ancora “viva” ed abitata (se avete occasione, chiedete a qualche residente attuale di farvi superare il cancello di ferro e il portone di legno ed immergetevi in una bellissima residenza di altri tempi, con due chiostri, porticati ed una ambientazione che non ha paragone con le nuove asettiche costruzioni).
Apprenderete che Crescenzago ospitava anche filande (http://www.lagobba.it/?p=3660) e viali di gelsi le cui foglie alimentavano i bachi da seta (ancora oggi, in primavera, sono presenti sul territorio gli alberi che producono golosi frutti che nessuno raccoglie…).
Anita, grazie alla sua forza interiore, riesce ad allontanarsi dal faticoso lavoro della filanda, a conoscere la famiglia Berra ed in particolare Francesco, e a diventare infermiera presso la Ca’ Granda Ospedale Maggiore in cui lavora, tra gli altri, il medico (sicuramente ne conoscerete l’esistenza) Gaetano Strambio, che ha condotto importanti studi sulla pellagra dimostrando, tra l’altro, la non contagiosità della malattia causata invece da carenze alimentari.
La giovane scopre che, fuori dal perimetro del suo borgo, esiste un mondo di cultura e di possibilità e, grazie a Francesco ed altre conoscenze, visita luoghi di sapere, tra cui la pinacoteca di Brera.
“Ad Anita sarebbe piaciuto portare lì tutti i suoi familiari, anzi no, tutte le famiglie che vivevano in cascina. E l’ingresso era pure gratuito. Ma perché l’ignoranza chiude così tante porte?”.
Tra i personaggi storici citati nel romanzo, compare anche Giuseppe Acerbi, naturalista, musicista ed esploratore che, con i suoi diari di viaggio pubblicati in Europa, fece conoscere anche alle nostre latitudini le terre nordiche. Potete leggerne anche su https://www.classicult.it/ricordando-giuseppe-acerbi-viaggio-capo-nord/ .
Se “La riviera di Milano” è un piacevole romanzo “istruttivo”, Livraghi dimostra originalità con “Il romanzo di Milano”, per il mio umilissimo parere, “delizioso” (come direbbe una cara amica).
“Gli uomini non lo sanno ma io vedo, sento, soffro, gioisco…. Sono nata il primo settembre del 1491 e siccome oggi siamo nel 2017 ho 526 anni…”.
Chi narra non è una immortale o un matusalemme al femminile ma “casa 25”, in Via Borgonuovo, la “contrada di sciori”, all’epoca dei romani solo un sentiero di campagna.
Palazzo Landriani, al numero civico 25, la casa più antica della via, si ritrova a dover raccontare la storia della contrada (e di Milano) alla casa al numero 14 che, demolita a seguito dei bombardamenti inglesi del 1943, ha perso la chiave di volta del portone, e quindi la memoria.
Casa 25 inizia il lungo racconto partendo dalla Medhelan dei Celti, passando per la Mediolanum capitale dell’Impero Romano d’Occidente, ricordando i saccheggi dei barbari che nell’anno 539 uccisero tutti i maschi e portarono via le giovani donne per farne schiave. Arrivò anche il Barbarossa che, nel 1162, rase letteralmente al suolo la città.
“Ma piano piano i milanesi si riorganizzarono, si unirono ad altre città fondando la Lega Lombarda, sfidarono di nuovo il Barbarossa e questa volta vinsero. A Legnano, nel 1774. A questo punto della storia non posso non farmi bella nel ricordare Guido Landriani, l’antenato più illustre della famiglia che mi ha abitato per tanto tempo. La gente crede che a capo dell’esercito ci fosse un certo Alberto da Giussano, ma i più informati sanno che, in realtà, si tratta di un personaggio inventato, leggendario. Il vero capo militare fu proprio lui, Guido …”.
Dal 1499, anno in cui arrivano in città i francesi, inizia un lungo periodo di dominazione alterna tra transalpini e spagnoli.
“… e il popolo fu contento? Si, ogni volta che entravano i nuovi padroni, no, non appena veniva spremuto da nuove tasse. ‘Franza o Spagna, purché se magna era la filosofia popolare”.
“…quando arriverà il momento, tireremo in ballo casa 20, che ti racconterà nei particolari la vita dissoluta della contessa Samoyloff, e ne sentirai delle belle …”.
“Quando volete, non vedo l’ora! – interloquisce casa 20 – … Va bene che ci siamo accordate per fare parlare casa 25 perché è la più antica, ma solo di qualche anno rispetto a me. Vorrei che casa 14 sapesse che io c’ero già nel 1498 e che, in fatto di padroni illustri, non le sono da meno, anzi! Per tre secoli sono stata abitata dalla famosa famiglia dei conti Bigli … non parliamo poi dello scalone ideato dal Vanvitelli … e che, dopo la Samoyloff, ho ospitato la principessa Cristina di Belgioioso … “.
Casa 25 è una fonte infinita e dettagliata di notizie, apprese “ascoltando” i discorsi di chi l’ha abitata e di chi l’ha frequentata. Il cardinale Federigo Borromeo, cugino di San Carlo, fondò la Pinacoteca e la Biblioteca Ambrosiana, prima biblioteca pubblica in Europa. La grande peste del 1629, introdotta dai lanzichenecchi, riempì il lazzaretto di più di 15.000 appestati. Nel 1630 Guglielmo Piazza e Giangiacomo Mora, considerati untori, vengono torturati e uccisi. Al posto della casa del Mora, demolita, venne eretta una “colonna infame” (di Manzoniana memoria). La storia del Mora merita un approfondimento: https://www.milanofree.it/milano/storia/noir-a-milano-il-caso-di-gian-giacomo-mora-e-della-colonna-infame.html. Quanta ignoranza e cattiveria. Si continua a sostenere che si deve imparare dal passato ma si continua a perseverare con comportamenti tali e quali. D’altronde, chi vuole imparare impara, ma chi nasce “malato” sarà sempre un pericolo per l’umanità, e ancor più pericoloso, sostengo io, è chi lo segue perché, da solo, il “malato” non può fare più di tanto danno.
“… Forse mi ripeto spesso, ma a volte faccio fatica a capire il comportamento degli uomini”, dice casa 25.
“Devo ammettere che essere una casa a volte mi pesa molto, sentir parlare di tanti posti e non poterli visitare… che voglia di passeggiare per le corti del Castello, di salire sul Duomo, di entrare alla Scala e ascoltare un’opera di Verdi”.
Con una frase, Livraghi ha descritto Milano: i suoi monumenti principali.
Casa 25 ricorda che Carlo Torre ne “Il ritratto di Milano” della seconda metà del XVII secolo scrive del Borgo Nuovo: “Borgo Nuovo, forse detto per ironia, habendo egli più tosto sembiante di vasta sala, o di sito molto civile, poiché in tutti i suoi lati ergonsi della più scelta Nobiltà Milanese stanze molto cospicue”.
“Chiudendosi nel proprio piccolo mondo, si rischia di non confrontarsi con quello che ci circonda, ed è un errore. Io sono più elegante di casa tal dei tali… i miei padroni sono più nobili dei tuoi… il mio giardino è il più grande. Quanti più! E se dovessimo confrontarci con Palazzo Marino o con Palazzo Belgioioso? Detto questo, avrà fatto piacere a tutte essere considerate come ‘stanze molto cospicue’, non è vero?”.
“Bene, ora ti racconterò qualcosa sui tanti governatori spagnoli che nel Seicento hanno governato il ducato. … Alcuni furono delle ottime persone, che si diedero da fare per la città … Don Ferrante Gonzaga, che fece costruire quelle che poi verranno chiamate le mura spagnole … Ivan Fernando de Velasco, che combatté contro gli abusi ecclesiastici, impedì l’incetta del grano nei momenti di carestia … e che fece aprire una strada apposta per facilitare il flusso delle carrozze lungo il corso di Porta Romana durante le feste, proprio dove, negli anni cinquanta del secolo scorso, venne innalzato il grattacielo che si chiama, in suo ricordo, Torre Velasca … “.
Casa 25 è stata anche frequentata dal canonico Manfredo Settala, collezionista di particolarità, suddivise in Naturalia (oggetti provenienti dalla natura), Artificialia (oggetti creati dall’uomo modificando i Naturalia) e Curiosa (ciò che può stupire); potete leggerne su https://www.milanoplatinum.com/manfredo-settala-accumulatore-seriale-di-meraviglie.html .
Nel 1736 la Lombardia diventa ducato asburgico, inizia per Milano un periodo lungo sessant’anni di cambiamenti e di prosperità.
“Devi sapere che ormai i milanesi si erano così abituati a essere governati dagli stranieri, che per loro l’idea di patria, di indipendenza, non aveva più alcun significato. La cosa importante era che il nuovo padrone governasse bene”.
Vennero abolite servitù della gleba, tortura, tariffe daziarie, inquisizione e così via, e vennero istituite scuole pubbliche, venne sostenuta l’iniziativa privata, venne combattuta la corruzione e furono premiati il senso della disciplina e del dovere.
“… A noi case assegnarono un numero personale di riconoscimento, che andava dall’uno di Palazzo Reale al 5314, ci lastricarono la strada cosicché gli uomini smisero di infangare i pavimenti e, alla fine, ce la illuminarono … due classi ebbero a soffrire di questa rivoluzione amministrativa: i patrizi e i religiosi … con le imposte dirette … Per vent’anni centinaia di impiegati girarono a cavallo in lungo e in largo misurando le distanze, contando le pertiche di terreno, gli alberi, le case, le cascine e disegnando mappe di una precisione assoluta. Nacque così il catasto …”.
“… e già che parliamo delle mode, fammi ricordare quella delle ‘mosche’”.
“Hai detto mosche?”.
“Si, o finti nei. Ogni mosca, o meglio ogni sua posizione, aveva un significato. C’era la ‘passionata’, che si portava all’angolo degli occhi, la ‘sfrontata’ sul naso, la ‘civetta’ al labbro, la ‘galante’ alla pozzetta, l’ ’assassina’ all’angolo della bocca”.
Nel 18° secolo l’illuminismo si sviluppa anche in Italia e a Milano, e a casa 25, all’epoca abitata dagli Imbonati (“ottima gente, seria, che spesso ricoprì cariche pubbliche … distinguendosi sempre per rettitudine”) si ritrovano gli esponenti milanesi: “ … in particolare, mi ricordo una chiacchierata avvenuta nell’ottobre del 1764. Tra i convitati c’erano il conte Pietro Verri e il marchese Cesare Beccaria, la vuoi sentire?”.
È una discussione imperdibile, quella tra i due intellettuali e Clotilde Imbonati, basata su un articolo che Verri sta scrivendo, “La difesa delle donne”.
“Caro conte, le vostre idee sono piuttosto rivoluzionarie. Quindi, in futuro, avremo donne insegnanti, donne medico, persino donne magistrato? Mi piacerebbe esser viva tra cent’anni per vedere se avevate ragione!”.
A proposito del brillante Verri, pare possa essere lui l’autore de “Dei delitti e delle pene” attribuito a Cesare Beccaria. Il legame che unisce i due intellettuali non è solamente di amicizia e di condivisione di idee ma anche “emotivo”; pare che Giulia, la futura madre di Alessandro Manzoni sia nata da una storia sentimentale tra la moglie di Beccaria, Teresa, e Verri.
Casa 23 chiede la parola.
“Il mio padrone si chiamava Giambattista Moriggia della Porta … Voglio raccontarvi di questo mio padrone per due motivi: Il primo è che devo a lui la mia attuale bellezza, tanto che oggi mi chiamano ancora casa Moriggia … nel 1772, il marchese Moriggia chiamò per ristrutturarmi il famoso architetto Giuseppe Piermarini … e io ho avuto la fortuna di rimanere come allora, essendo stata quasi risparmiata dai bombardamenti …”.
“Eh sì … una bella fortuna. Io che mi trovavo praticamente di fronte, a poche decine di metri. Bum! Bum! Crollata, in un attimo! Il destino, la fortuna, il caso, la punizione divina, chissà?” interviene casa 14.
Fu nel 1797 che a Milano tornarono i francesi; casa 25 continua a ricordare :“Già dal 16 maggio, il primo giorno dopo l’ingresso di Napoleone tra una folla plaudente, non passò sera che il mio padrone, il conte Enrico che, come ho detto, sarà l’ultimo degli Imbonati ad abitarmi, non tornasse a casa a raccontare le ultime alla moglie … la città è piena di soldati francesi, ma non c’è nessun pericolo, anzi in molti fraternizzano con la gente … Oggi hanno innalzato un grande albero in Piazza Duomo, davanti al Caffè Commercio e lo chiamano l’albero della libertà … e tutti che gridavano viva l’uguaglianza! … Oggi l’Agenzia Militare ha spogliato il Monte di Pietà di tutti i pegni preziosi, ha vuotato le casse dello Stato e dell’Ospedale Maggiore, ha imposto un tributo di venti milioni, ha mandato a Parigi i disegni del grande Leonardo che erano all’Ambrosiana. E poi ribalderie, ruberie, violenze, arroganza. La gente canticchia: Libertè, fraternitè, egalitè, i frances in carrozza e numm a pè. L’idillio coi francesi è già finito …”.
Nel 1814 Napoleone abdica, il Ministro delle finanze Giuseppe Prina viene linciato ed ucciso dal popolo, gli austriaci tornano a dominare la città e nel 1848 i milanesi insorgono durante le Cinque Giornate di Milano, guidati da Carlo Cattaneo in primis, e da Luciano Manara, Emilio Dandolo, Emilio Morosini ed altri valorosi milanesi, e allontanano gli austriaci dalla città. Purtroppo per poco tempo… gli austriaci ritornano e scatenano una repressione feroce, chiudendo i ritrovi pubblici, sopprimendo la libertà di stampa e così via. Ma la storia la conosciamo più o meno tutti.
Cattaneo scrisse nell’Insurrection de Milan: “I soldati facevano cose atroci: nelle case dei Fortis trucidarono undici persone inermi … al cadavere di un soldato si trovò in tasca una mano femminile adorna di anelli; più di una famiglia arsa viva, infilzati sulle baionette i bambini”.
“A proposito, sapete che nella casa d’angolo tra via della Spiga e Corso Venezia è ancora ben riconoscibile il buco di una granata? … Le guide del Museo ne accennano sempre, ma pochi milanesi ne sono a conoscenza. Ah, la memoria storica degli uomini. Tanti giovani che sono morti per la loro libertà, niente, tutti a guardare le vetrine di lusso, nessuno che alza lo sguardo, per un omaggio, un pensiero …” interviene casa 23.
Casa 20, principalmente famosa per aver ospitato la contessa russa Samoyloff che ne fece uno dei più importanti salotti mondani della città, ospitò tra le sue mura anche la principessa Cristina Belgioioso.
“ … che donna! … a Milano è arrivata via mare, da Napoli, con un brigantino noleggiato appena aveva saputo degli scontri. È entrata da Porta Romana il 6 aprile, vestita di nero e impugnando il tricolore”.
Cristina Trivulzio, nata nel 1808, in una delle famiglie più antiche di Milano, sposa il principe Emilio Barbiano di Belgioioso da cui dopo pochi anni ottiene la separazione, all’epoca criticata dall’aristocrazia locale. Inizia ad appassionarsi al patriottismo lombardo, vorrebbe formare un partito di centro per unire Lombardia e Piemonte e in cui la Lombardia conservi però le proprie istituzioni e leggi. Ha il coraggio di criticare, scrivendo direttamente a re Carlo Alberto, il ritardo di intervento dei piemontesi, durante i moti milanesi, e si rifiuta di tornare nella Milano riconquistata dagli austriaci.
Cristina visse anche a Parigi, vendendo pizzi, scrivendo, disegnando, conquistando il mondo francese della cultura, aprendo un salotto frequentato da artisti francesi e italiani.
La moglie dell’ambasciatore inglese la descrisse con “occhi grandi come piattini, pallore spettrale, mani sottilissime, modi nobili e aggraziati, estremamente intelligente e con lo spirito di un demone”.
Tornata in Lombardia nel 1840, a Locate aprì un asilo e scuole, alleviò il lavoro dei contadini nei campi. Viaggiò fino in Medio Oriente, dove pubblicò articoli di viaggio, e in una valle turca fondò una colonia agricola a cui potevano accedere i profughi italiani.
Scrisse “Della presente condizione delle donne e del loro avvenire”, considerato il manifesto del primo femminismo.
Credo che la lettura di una biografia sulla principessa, a questo punto non possa mancare; per il momento, potete approfittare del seguente link http://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/cristina-trivulzio-di-belgioioso/ .
Ma torniamo ai moti di Milano e al grande lavoro che la città fece, avviando così un processo che portò, nel 1861, alla proclamazione dell’Unità d’Italia il 17 marzo.
Milano rinasce, sopravvive a due guerre mondiali e diventa la capitale economica, e non solo, d’Italia.
L’11 maggio 1946 viene riaperta la Scala, ricostruita dopo i bombardamenti del 1943, ed il concerto di Toscanini diffuso in Piazza Duomo dagli altoparlanti è seguito da tutti i milanesi, che tanto hanno patito ma che ora sono pronti a rimboccarsi le maniche e a ricominciare, come sempre hanno fatto.
“Lo stesso anno in cui tu sei rinata. Da allora, il corso degli avvenimenti lo dovresti conoscere e te ne accenno appena, anche perché comincio a sentirmi un po’ stanca …”.
Se sono riuscita, anche in minima parte, (e non sinteticamente come avevo preventivato) ad incuriosirvi nella lettura dei romanzi di Livraghi, sono sicura che vi incontrerò per la contrada di sciori mentre, libro alla mano, cercate di individuare casa 25 e le altre case che, ammettetelo, avete quasi considerato umane.
“… ti sarai accorta, durante i mesi di Expo, di quanti stranieri curiosavano lungo la nostra contrada, che ci ammiravano, che entravano nei nostri cortili … Il Borgo Nuovo è sulle guide internazionali! Siamo ancora considerate ‘stanze molto cospicue!’”.

Stella Ponzina

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