L’APEtito vien mangiando

Forse qualche 50enne che leggerà questo articolo ricorderà di non essersi perso nemmeno una puntata in tv, nella sua infanzia, delle avventure dell’Ape Magà e dell’Ape Maia.
A dir la verità, non ho mai seguito seriamente i due cartoni animati ma ho visto solo sprazzi qua e là. Ricordo che all’epoca mi piaceva di più l’Ape Magà, forse per il disegno più colorato o forse perché generalmente, e non di proposito, sono anticonformista e quindi ciò che è più di tendenza lo allontano, salvo tornarci quando la tendenza stessa è ormai scemata.
La classica incursione sul web mi fa scoprire che l’Ape Maia è stata una produzione nippo-tedesca degli anni settanta del secolo scorso, mentre l’Ape Magà è nata puramente giapponese, ha qualche anno in più della “cugina” ed una trama più drammatica.
La mia solita introduzione di rito, che divaga nei meandri dei ricordi e dell’etimologia delle parole, mi porta a passare repentinamente all’Apecar, quel fantastico piccolo automezzo della Piaggio, classificato come motocarro ed in produzione dal 1948.
Per me è il primo e unico vero transformer. Altro che giapponesate!
Ci si può fare anche un mini-negozio itinerante e vendere libri, fragole, vestiti. Ci avete mai fatto caso? Siete mai saliti su un tuk-tuk tailandese? Magari per andare a bere un APEritivo?
Vabbè! Ho capito che avete indovinato la parola chiave dell’articolo (presente anche nel titolo, non ho scritto errato…): ape.
Un vocabolo che APrE a molteplici discorsi.
Giusto l’altro giorno leggevo che le api sono ufficialmente considerate l’essere vivente più importante del pianeta; così è stato detto nell’ultimo dibattito alla Royal Geographical Society di Londra.
Tra le principali cause della drastica riduzione delle api (fino al 90% sull’intero pianeta) non c’è solo l’uso incontrollato dei pesticidi, ma anche la deforestazione e i cambiamenti nel suolo.
Oltre ad esser indispensabili per le piante, le api sono gli unici esseri viventi che non trasportano agenti patogeni.
Riporto una frase di Einstein: “se le api sparissero, gli uomini avrebbero quattro anni da vivere”.
In Brasile, ad inizio anno vi è stata una strage di api probabilmente causata dai pesticidi; più di 500 milioni di api (non ho sbagliato a scrivere!) sono morte in quattro stati del grande paese sudamericano. Con le conseguenze che purtroppo conosciamo già: due terzi delle colture necessitano dell’impollinazione delle api…
Tra le tante battaglie ecologiche a cui il nostro tempo ci costringe, dobbiamo combattere assiduamente perché queste piccole grandi lavoratrici non vengano annientate dall’ingordigia di soldi e di potere dell’uomo.
Le api non sono solo lavoratrici fantastiche ma veri ingegneri. Conosciamo tutti la perfezione di un favo con le sue celle esagonali che, ho scoperto, sono tali non per casualità ma perché il rapporto perimetro/area dell’esagono è il più vantaggioso per avere celle capienti ma allo stesso tempo non troppo ampie, il che comporterebbe più fatica per la costruzione.
Nella loro organizzata società, le api hanno singolarmente un ruolo ben definito.
Le api regine depongono le uova e vivono nel nido. I fuchi hanno la sola funzione di accoppiarsi con la regina e vivono circa ventiquattro ore. Le operaie più giovani costruiscono l’alveare e puliscono le celle (le celle con il polline sono chiuse con un “tappo” di cera mentre quelle con il nettare restano aperte), in seguito alimentano le larve con il polline, fanno la guardia all’alveare e infine, solo al ventunesimo giorno di vita diventano bottinatrici raccogliendo nettare e polline.
Cosa farebbe Winnie Pooh, da bravo e serio orsetto, se non potesse più godere del miele?
Dovrebbe chiedere suggerimento a Yoghi, che ruba cestini dai picnic nel parco di Yellowstone…
Pochi mesi fa, ho letto un libro che avevo adocchiato qualche tempo prima in libreria.
“La storia delle api”, di Maja Lunde, è un viaggio nel tempo ed il comun denominatore del libro sono, appunto, le api.
William, biologo inglese del 19° secolo, soffre di depressione perché, per motivi vari, ha dovuto abbandonare la sua passione per le api. Per cercare di riabilitarsi agli occhi dell’unico figlio maschio tra tante femmine, progetta un’arnia che però non risulterà essere l’innovazione che lui pensava.
George, apicoltore nell’Ohio del nostro secolo, combatte contro un’epidemia di api che lo porta alla crisi economica e contro la mancanza di interesse del figlio per le arnie.
Tao è una mamma cinese che vive in un futuro quasi prossimo e che, come il marito e molti altri operai, impollina manualmente piante e fiori perché le api sono sparite dal pianeta. Il dramma che colpirà la sua famiglia svelerà una speranza per il futuro.
Ho trovato la lettura non particolarmente accattivante, forse semplicemente non ero io predisposta ma alcuni capitoli sono risultati un po’ “lenti”.
Comunque sia, il libro presenta una trama interessante e drammatica per quanto riguarda la vita dei tre protagonisti e anche per il messaggio purtroppo attuale sull’importanza che le api rivestono per la nostra sopravvivenza sul pianeta che ci ospita.
In questo mondo “schizzato” non ci si sofferma troppo spesso su quanto importante sia tutto ciò che viene da madre Natura.
Dobbiamo rispettare le api per il lavoro indispensabile che svolgono e per i prodotti che ci offrono, e anche perché sono fonte di reddito per chi ne gestisce la loro attività.
Il loro prodotto principale è ovviamente il miele, le cui proprietà sono molteplici: energia, vitamine, enzimi e sostanze “antibiotiche”. Lo si conosce sicuramente come decongestionante della tosse, ma il miele è anche antianemico, regolatore dell’apparato digerente, diuretico, etc.
Ogni tipologia di miele ha indicazioni differenti: il miele di tiglio ha proprietà calmanti mentre il miele di castagno è un ricostituente. E così via.
Ho scoperto recentemente che, per assimilarne le proprietà, il miele non deve essere sciolto in liquido bollente.
Chiudo qui, con  un suggerimento “patriottico” e salubre: comprate miele italiano e non a prezzi irrisori!
Stella Ponzina

 

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